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11 settembre

di demetra (11/09/2007 - 18:50)

Un anniversario che non può passare sotto silenzio.

Per ricordarlo, ho deciso di pubblicare questo articolo, ripreso dal sito luogocomune, che all'11 settembre dedica una corposa e documentata sezione.

Buona lettura e buone riflessioni.


Governo americano e 11 settembre: Se lo sono lasciato succedere?

Fra coloro che rifiutano la versione ufficiale dell’undici settembre, esiste anche una posizione intermedia, detta LIHOP (let it happen on purpose – lasciarlo succedere apposta), che è contrapposta alla più diffusa teoria MIHOP (make it happen on purpose - farlo succedere apposta).

La teoria LIHOP appare a moltissimi “indecisi” – cioè quelle persone che guardano all’11 settembre con onestà intellettuale, riconoscono la marea di indizi contari al governo USA, ma non riescono a concepire “una cosa così grossa” da parte degli americani - come un insperato “salvagente intermedio”, a cui aggrapparsi per non dover umiliare la propria intelligenza da un lato, ma in qualche modo salvaguardare il proprio equilibrio psicologico dall’altro. In realtà la LIHOP è una teoria inesistente, e fa ancora più acqua della versione ufficiale, per almeno tre motivi: a) è assolutamente inconsistente da un punto di vista logico; b) denota una totale ignoranza dei fatti accertati (questo senza farne una colpa a nessuno, sia chiaro); e c) rappresenta una follia totale da un punto di vista governativo.

Punto a): La mancanza di logica sta nel presupporre che il tuo peggiore nemico, per farti del male, ti faccia il miglior regalo del mondo. Ormai tutti conoscono i retroscena che hanno portato alla guerra in Afghanistan (gasdotto Unocal e “guerra dell’oppio”, principalmente, posizionamento geostrategico in secondo luogo), ma bin Laden di certo li conosceva molto da vicino. Quindi, una volta riconosciuto che l’attacco alle Torri Gemelle ha permesso di scatenare l’invasione dell’Afghanistan, e una volta riconosciuto che questo era l’obiettivo primario dei neocons già da oltre un anno, non si può in alcun modo sostenere che bin Laden abbia potuto organizzare quegli attacchi “per odio contro l’America”, come vorrebbe la versione ufficiale. O quindi il suo “nome” è stato usato a sua insaputa,

... oppure si è prestato intenzionalmente a recitare il ruolo dell’orco cattivo. Ma in ogni caso, chiunque abbia organizzato quegli attentati, non poteva non sapere che stava facendo ai neocons il più grande regalo del mondo, e soprattutto non poteva non sapere che stava nel frattempo condannando l’Islam ad anni e anni di sofferenza inutile.

Come infatti è avvenuto, e continua ad avvenire ogni giorno.

Punto b): Il coinvolgimento di certi livelli governativi USA nella formazione, crescita e protezione dei futuri “terroristi” è ormai ampiamente dimostrato. Il Pentagono, ad esempio, ha bloccato informazioni che avrebbero permesso di arrestare Atta addirittura un anno prima degli attentati (caso Able Danger), mentre l’FBI ha, nella migliore delle ipotesi, permesso l’attentato al WTC del ’93, e nella peggiore - e più probabile - lo ha addirittura organizzato. Di fatto, sono stati loro a fornire a Ramzy Youssef la bomba che fu utilizzata nella Torre Nord, facendo sei vittime e duecento feriti. Sta sul New York Times, e sta sul Chicago Tribune, ma i nostri giornalisti quei quotidiani evitano di leggerli (vedasi caso Bellasio, il vicedirettore del Foglio che a Matrix cascò dalle nuvole sull’argomento).

Diventa quindi un pò lunghetta, questa ipotetica “attesa consenziente” che presume la teoria LIHOP, mentre i fatti dimostrano che non è stata affatto una attesa “passiva”, ma una collaborazione vera e propria. In lingua italiana si chiama quindi complicità.

Anzi, a questo punto bisogna cercare di capire quanta volontà effettiva ci sia stata da parte dei famosi “dirottatiori”, in quanto altettante indicazioni suggeriscono che siano stati loro i ”burattinati” di turno.

Basti pensare che alcuni di loro hanno addirittura preso lezioni di volo presso gli stessi centri della CIA (chissà cosa gli hanno raccontato, per convincerli a farlo):

Oppure che il consolato USA in Arabia Saudita ha facilitato in tutti modi i visti di ingresso a buona parte dei dirottatori, ignorando spesso i normali criteri di sicurezza.

Oppure ancora che Mohammed Attà ha ricevuto centomila dollari dal capo dei servizi segreti pakistani (quindi dalla CIA) solo una settimana prima degli attentati.

Che razza di “nemici” sarebbero, questi?

Punto C): C’è infine un aspetto che riguarda la sicurezza nazionale, e che rende la teoria LIHOP del tutto insostenibile. Lo spiega molto bene David Shyler, ex-agente dei servizi segreti inglesi, e noto whistleblower sul 9/11:

David Shyler: C'è gente che pensa che il governo americano semplicemente "l'abbia lasciato succedere". Questa è conosciuta come la posizione LIHOP. Ma io ritengo che sia una stupidaggine. Se vieni a sapere in anticipo, ad esempio, che dei terroristi intendono abbattere degli aerei contro degli edifici, non puoi permettergli di portare a termine l'operazione per i tuoi fini, perchè potrebbero non portare affatto a termine quell'operazione, ma ad esempio abbattere gli aerei su un impianto nucleare, come quello che c'è vicino a New York, provocando un disastro di dimensioni che non sei assolutamente in grado di prevedere. Se quindi intendi permettere a degli islamici di fare quegli attentati, se intendi aiutarli, devi per forza avere quell'operazione in qualche modo sotto controllo. E l'unico modo di averla sotto controllo è quello di avere elementi del governo americano che prendono parte alla cospirazione. E questa è la versione del 9/11 che noi chiamiamo MIHOP. (Lo hanno fatto succedere apposta).

La fatica a comprendere il 9/11, per molti di noi, non sta affatto nella “enormità“ del gesto, ma nella nostra ristrettezza di visione nell’inquadrarlo all’interno di logiche che sono più grandi di noi: è proprio su questa incapacità di visione che gli stessi autori degli attentati contavano nel pianificarli in maniera così cinica, e persino spudorata.

Come scrisse qualcuno, “i segreti piccoli sono i più difficili da mantenere. Per quelli grandi basterà sempre l’incredulità della gente”.

(Massimo Mazzucco)


Da qui è possibile scaricare dei video.

Tag: 11settembre,economia,ricchezza

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Credito al consumo: ricchezza o povertà?

di demetra (11/09/2007 - 02:06)

Compri oggi e paghi quasi quando vuoi. E se non hai i soldi, che problema c’è? Esiste più di una soluzione per saldare il debito secondo le modalità più comode e vantaggiose.
E’ questo il messaggio che sempre più frequentemente arriva nelle case degli italiani attraverso spot pubblicitari, maxi offerte e vendite promozionali messe in atto da ogni tipo di esercizio commerciale, dai grandi magazzini ai negozi di elettronica, dai mobilifici alle concessionarie di auto.
E la dimostrazione che il credito al consumo sia sempre più amato dagli italiani arriva dai dati forniti nel corso del convegno ‘Consumer credit 2006’, organizzato da Abi e Assofin a Roma il 17 marzo 2006. Stando alle cifre, il ritmo del credito al consumo è cresciuto del 18,5 per cento, passando da 57,9 miliardi di euro di finanziamenti registrati nel settembre 2004 a 68,7 miliardi di euro dello stesso mese del 2005.

Dati oggetto di diverse interpretazioni perché, se da un lato c’è chi sostiene che sia in atto un cambiamento culturale da parte delle famiglie, che non sentono più l’indebitamento come un espediente di cui vergognarsi, ma che al contrario, sono consapevoli delle loro possibilità e riescono a valutare il loro potere finanziario, calcolando anche i redditi futuri e non solo i risparmi accantonati, dall’altro c’è chi vede nel sempre più frequente ricorso a questa forma di finanziamento un segnale di generale impoverimento.
Un impoverimento sottolineato anche dalla rilevante riduzione del potere d’acquisto delle retribuzioni che, stando a quanto si deduce dai dati del ‘Rapporto Eurispes 2006’, dal 2001 al 2005 ha visto una perdita del 20,4% per gli impiegati, del 14,1% per gli operai e del 12,1% per i dirigenti.

Ripreso da Repubblica.

Qui un interessante speciale dedicato al Credito al consumo

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Ricchezza, questione di punti di vista...

di demetra (11/09/2007 - 02:02)

Ricchezza significa cose diverse a seconda delle persone. Per chi vive in una tribu' il denaro significa poco: cio' che conta e' la comunita'.

La comunita' di Gudalur, nel Sud dell'India, e' estremamente povera. I suoi membri vivevano nella foresta, ma non potevano dimostrare di essere proprietari di alcun terreno, perche' nella loro cultura il concetto di proprieta' della terra non esisteva. La terra, l'aria e l'acqua, infatti, sono da sempre considerati beni di tutti e di cui tutti possono disporre.

Il Governo vendette le foreste in cui viveva la tribu' degli adivasi. Fu dato per scontato che la foresta fosse disabitata e la Brooke Bond ne acquisi' vaste aree da trasformare in piantagioni di te'. I membri della tribu' continuarono a vivere ai margini di queste zone, ma come potevano far valere i loro diritti? L'unico modo era quello di far crescere colture permanenti. Ma quando lo fecero, le guardie forestali distrussero i loro raccolti e le loro abitazioni.

Nel 1984 Stan e Mari Thekaekara, due attivisti, convinsero cinque di queste tribu', per un totale di circa 2.000 famiglie, ad agire insieme. Quando qualcuno veniva minacciato, la comunita' si riuniva per protestare. Riuscirono a ottenere la proprieta' della terra per qualcuno, ma questo non aiuto' la comunita' nel suo complesso.

Gli adivasi decisero che l'unico modo per rafforzare la comunita' era quello di ottenere una piantagione di te'. Misero a punto un progetto e, con l'aiuto di Stan, ottennero un prestito per comprarla. Oggi la piantagione appartiene a loro a tutti gli effetti. Nel giro di due anni il raccolto e' raddoppiato e serve a finanziare l'attivita' di una scuola e di un ospedale. Da potenziali "fantasmi", gli adivasi sono diventati persone rispettate.

Grazie alla sua qualita', il loro te' ha raggiunto un prezzo alto, ma anziche' dividere il profitto tra coloro che lavorano alla piantagione, i raccoglitori stessi hanno deciso di destinare alla comunita' tutti i guadagni extra, affermando che, se loro diventassero ricchi e gli altri rimanessero poveri, la loro comunita' si scioglierebbe.

"Gli adivasi", dice Mary, "avevano ben chiaro il loro concetto di ricchezza: era rappresentato dalla loro comunita', dai loro bambini, dall'unita', dalla cultura e dalla foresta. Il denaro non veniva neppure menzionato. Noi, i "non-adivasi", eravamo molto colpiti da questo. Quando approfondimmo il concetto di poverta', ci rendemmo conto che non si sentivano poveri: si consideravano semplicemente persone senza denaro".

Stan e Mari visitarono il centro di accoglienza per poveri "Easterhouse" di Glasgow nell'ambito di un progetto di scambio tra il Nord e il Sud del mondo e la questione della poverta' si presento' loro nuovamente. A Glasgow tutti avevano il televisore, l'acqua corrente, il riscaldamento e i pagamenti agevolati. Gli adivasi avrebbero considerato tutte queste cose lussi inconcepibili. "Ma molti degli uomini che vivevano all'Easterhouse erano stati disoccupati per 20 anni", riferisce ancora Mary. "Erano demotivati, depressi e in molti casi alcolizzati. La loro autostima era ormai nulla. Erano in condizioni emotive e mentali molto piu' gravi dei poveri di Gudalur, anche se le carenze fisiche determinate dalla poverta' per loro erano meno acute".
Stan e Mari portarono un gruppo di adivasi in Germania. Il dono che apprezzarono di piu' da parte di chi li ospitava era il fatto di essere trattati come pari, una cosa che nella loro terra non avevano mai provato. Ma rimasero senza parole quando videro un ospizio: "Come puo' un figlio mandare i suoi genitori anziani a vivere da soli? Dobbiamo fare in modo che nella nostra societa' questo non accada mai, indipendentemente dal grado di progresso che raggiungeremo". Poi, una sera, Karl, la persona che li ospitava, torno' a casa preoccupato di rimanere senza lavoro. Bomman, un adivasi, stette in pensiero tutta la notte per il suo nuovo amico tedesco. Il mattino seguente annuncio': "Ho un'idea: quando torno a casa posso fare dei flauti di bambu' e Karl puo' venderli qui finche' non trova un altro lavoro". Grazie a contatti come questo, gli adivasi ora commerciano direttamente con i loro amici europei.

Quando, di li' a poco, fu minacciato l'allontanamento di un altro gruppo, fu proprio il contatto con gli amici tedeschi a convincere la Brooke Bond a cedere: un braccio di ferro avrebbe potuto ledere la sua immagine a livello internazionale. Gli adivasi avevano scoperto che la comunita', con la sua capacita' di rendere piu' forti anche contro una multinazionale, poteva essere estesa in tutto il mondo.

Questa e' solo la storia di una tribu' remota o coinvolge valori umani piu' profondi e duraturi di quelli del capitalismo su scala globale?

Il libero scambio puo' far male. In una lettera ricevuta da Ramdas a Gudanur, nel giugno 2000, si leggeva: "Una delle cose meno propizie e' stata la caduta dei prezzi di te' e caffe'. Il Governo ha aperto il mercato indiano e vengono permesse importazioni massicce. Questo ha determinato un calo del prezzo per i produttori, mentre il prezzo nei negozi resta invariato".

Kariyan, della tribu' Kattunayakan nel Sud dell'India, ha ripulito la giungla e ha piantato zenzero. La fortuna e' stata dalla sua: il prezzo dello zenzero lo scorso anno e' balzato da 60 Rs a 160 Rs e lui ha guadagnato molto denaro. Ma ora non ne ha piu': quando le persone gli chiedevano soldi lui gliene dava senza fare domande. Ha bisogno di qualche lezione di budget? Kariyan attribuisce valore alla tribu'. Condivide con gli altri cio' che ha e viceversa. Non fa calcoli. Si e' comportato come sempre, e cosi' pure gli altri. Se avesse pensato solo a se stesso, prima o poi il denaro sarebbe finito e lui si sarebbe ritrovato sul lastrico. La sua sicurezza va di pari passo con quella della tribu', e cio' implica che tutti devono comportarsi istintivamente come ha fatto lui.

I Kattunayakani non hanno bisogno di mettere da parte denaro per la vecchiaia, non consumano piu' di cio' di cui hanno bisogno, non danneggiano la foresta e i suoi animali perche' hanno istintivamente un forte senso di interdipendenza con l'ambiente circostante. La tribu' ha tratti somatici che ricordano quelli degli aborigeni australiani e gli antropologi confermano la presenza di un legame. La deduzione sorprendente che si puo' fare e' che la tribu' ha avuto una sua continuita' dal tempo delle migrazioni verso l'Australia, 50.000 anni fa. Hanno uno stile di vita sostenibile.

"Nelle citta' dell'uomo bianco
non ci sono posti tranquilli.
Cos'e' la vita se un uomo non
puo' sentire il verso solitario e familiare del caprimulgo o cio' che si dicono
le rane di notte nello stagno?"
Chief Seattle

Ripreso da Alcatraz.it

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